Il Varicocele pelvico femminile

Quadro di varici della coscia ad origine vulvare secondarie a varicocele pelvico

Quadro di varici della coscia ad origine vulvare secondarie a varicocele pelvico

IL VARICOCELE PELVICO FEMMINILE

Si tratta di una patologica dilatazione e perdita di tono dei plessi venosi periuterini e ovarici che, oltre a provocare una sintomatologia pelvica ben nota ai ginecologi (Sindrome da Congestione Pelvica), è talvolta responsabile del realizzarsi di specifici punti di fuga, attraverso i quali l’ipertensione venosa dal bacino può propagarsi agli arti inferiori. Si determinano così quadri di insufficienza venosa caratterizzati da sintomatologia e distribuzione topografica particolari. L’incontinenza venosa colpisce, nella maggioranza dei casi, la vena ovarica sinistra, per motivi anatomici, ma non mancano casi di bilateralità per la presenza di ampie anastomosi venose ovo-ovariche

Nella donna il varicocele pelvico si associa frequentemente a dolore pelvico cronico riferito a livello del basso ventre, intermittente o continuo, spesso in coincidenza con il ciclo mestruale; talvolta può estendersi alla parte posteriore delle cosce e delle natiche e spesso si accompagna a sintomi di urgenza urinaria, a costipazione intestinale o a congestione emorroidaria.

In più di 1/3 delle pazienti si presentano dolori durante il rapporto sessuale, nel 15% dei casi si manifesta dismenorrea e nel 60% si presentano varici della parte inferiore della vagina, della vulva e degli arti inferiori. Si tratta in quest’ultimo caso di varicosità atipiche perché tendono a distribuirsi alle cosce in territori diversi da quelli abituali per l’ insufficienza ostiale della safena, prendendo origine da plessi venosi emorroidari, del perineo (zona anatomica comprendente ano e genitali esterni), delle grandi labbra o della regione inguinocrurale (foto).

Per approfondire prosegui in “articoli”: Il trattamento endovascolare del varicocele pelvico.

Edema Linfatico

EDEMA LINFATICO

Giorgio Biavati

Giorgio Biavati e il Dott. Massimo Pisacreta

Giorgio Biavati e il Dott. Massimo Pisacreta

Biavati è un uomo di grande simpatia ed intelligenza. Ci siamo subito capiti. Correva un grosso rischio. I sintomi che aveva accusato erano solamente il campanello d’allarme di un evento più grave che stava per accadere. Non riusciva a parlare correttamente, aveva difficoltà ad esprimere i concetti, era spaventato. Il suo cervello non rispondeva correttamente, erano i segni di un’ischemia, la mancanza di sangue ad una parte dell’encefalo probabilmente dovuta ad una piccola embolia.

La causa dell’embolia la trovammo quasi subito grazie ad un’ecodoppler delle sue carotidi che dimostrava un restringimento della carotide sinistra, una placca, probabilmente ulcerata. L’intervento per  rimuovere la placca era necessario e doveva essere eseguito rapidamente. L’intervento era rischioso? Certamente come ogni gesto chirurgico comportava dei rischi ma questi  erano di gran lunga inferiori al rischio costituito dall’ischemia in atto.

Abbiamo isolato chirurgicamente la sua carotide e all’interno abbiamo trovato una placca ulcerata sulla quale si era formato un coagulo che era in procinto di distaccarsi e creare un embolo che avrebbe causato, quasi sicuramente, un ictus devastante. Siamo arrivati in tempo. Dopo pochi giorni Giorgio festeggiava con le infermiere la sua dimissione dall’Ospedale Luigi Sacco e faceva autografi. Io gli raccomandavo di cambiare atteggiamento ed essere attento alla dieta e a tutti i fattori di rischio che sappiamo causare direttamente o indirettamente le arteriopatie: fumo, ipertensione, alterazioni dei parametri ematochimici come glicemia, colesterolo e trigliceridi. Infine gli ho detto che grazie alla sua notorietà poteva essere un messaggero di salute e poteva trasmettere agli altri gli insegnamenti ricevuti dalla sua esperienza. Così ha iniziato a collaborare con la nostra associazione e si è fatto portavoce della nostra parola d’ordine: prevenzione.

Prevenzione nell’ambito delle arteriopatie, soprattutto delle arteriopatie che colpiscono i vasi a terminazione cerebrale come le carotidi, è conoscere quali sono i fattori di rischio. Stress, vita convulsa, ipertensione, fumo, alcolici, dieta sregolata e ricca di grassi, diabete, sindrome metabolica intesa come alterazione in associazione di vari fattori come colesterolo, trigliceridi, glicemia sono gli elementi più noti e facili da controllare ed eliminare. Bisogna tentare di modificare il modello di vita, cercare di eseguire un’attività fisica, possibilmente all’aperto, tenere una dieta ipocalorica.

Inoltre quando vi è un dubbio rivolgersi al medico. Questi potrà eventualmente consultare uno specialista.

Infine abbiamo nelle nostre mani un’arma formidabile, la diagnostica incruenta per ultrasuoni. In sostanza si tratta dell’ormai noto ecocolordoppler. Un ecografo specifico che ci fornisce immagini ecografiche molto dettagliate dei vasi sanguigni associando ad esse dati sulla velocità e caratteristiche del flusso sanguigno. Questa mole di dati ci fornisce tutte le possibilità di eseguire una diagnosi precoce di arteriopatia e di prevenire malattie gravi e invalidanti come l’ictus cerebrale, l’aneurisma dell’aorta addominale rotto,  le arteriopatie degli arti inferiori.

Io con alcuni miei collaboratori abbiamo fondato l’associazione per lo studio e la cura delle arteriopatie e flebopatie periferiche ASFAP. Uno degli scopi dell’associazione è proprio quello di permettere alla persone come Giorgio Biavati di aiutarci a divulgare la conoscenza delle malattie dei vasi sanguigni. Questo porterà le persone ad avere una maggior coscienza della gravità di queste patologie e a sapere che la loro  prevenzione è possibile; che la diagnosi precoce è necessaria e porta ad una riduzione importante delle conseguenze di queste malattie; che curare queste affezioni è molto costoso e comporta uno sforzo immane per la società  in termini di risorse umane, strutturali ed economiche.

 

Grazie Giorgio!

Massimo Pisacreta

7-8-9 novembre – Robert Stemmer -

5° Seminario di Robert Stemmer “The compression Therapy and phlebolymphologi.  Napoli 7-8-9  Novmbre

seminar

http://www.terapiacompressiva.it/wp-content/uploads/2012/10/bozza_cartolina_con-patrocini_vericale.pdf

Congresso 19 ottobre 2013

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 III  Congresso Regionale S.I.F.  Regione Piemonte

http://www.societaitalianaflebologia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=202:iiid-congresso-regionale-sif-regione-piemonte&catid=53:congressi&Itemid=53 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Donazioni

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Come aiutare l’Associazione:
Bonifico su C/C n. 259380 Banca Carige – Ag. 6 Milano cod.386

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Intestato a: ASFAP – Associazione per lo Studio delle Flebopatie e Arteriopatie Periferiche

Per maggiori Informazioni:

ASFAP
Via G.B. Grassi, 74 02/39043033
Sito web: www.vascolaresacco.com
E-mail: massimo.pisacreta@unimi.it

Congresso di Caserta 2013

CAserta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Seconda edizione del premio Pierina Benzoni.

Consegnato dal Presidente dell’ASFAP Massimo Pisacreta per la migliore presentazione di un giovane ricercatore.

Patologia Arteriosa

Sala operatoria vascolare2

Le patologie di cui ci occupiamo sono la patologia carotidea,  gli aneurismi  dell’aorta addominale e le arteriopatie periferiche.Per quanto attiene la patologia carotidea ci occupiamo di diagnostica non invasiva eseguendo l’ecocolordoppler dei tronchi sopra aortici (TSA) .
Da un punto di vista operativo ci occupiamo di chirurgia della biforcazione carotidea da oltre 25 anni avendo optato negli ultimi 15 per la tecnica di endoarteriectomia per eversione e reimpianto della carotide interna .

Ci occupiamo di aneurismi dell’aorta sotto e infrarenale.

In ambito di chirurgia delle arteriopatie periferiche ci   occupiamo di by-pass sopra e sottoarticolari.

Inoltre in questi anni, forse più che in altri campi della chirurgia, la Chirurgia Vascolare ha subito rapidissime evoluzioni, soprattutto in considerazione dell’introduzione degli interventi cosiddetti “mini-invasivi”. Si tratta di interventi chirurgici che con l’esecuzione di minime incisioni cutanee o addirittura solamente eseguendo una puntura con ago delle arterie, permettono la dilatazione di vasi sanguigni ristretti o l’esclusione delle zone di arteria dilatate (il cosiddetto aneurisma). In questo ambito, grazie alla collaborazione di colleghi emodinamisti, abbiamo sviluppato tecniche endovascolari molto avanzate.

 

 

Orientarsi nelle malattie delle vene e in caso di vene varicose

Come orientarsi2

Orientativamente possiamo dire che il fatto che un doppler indichi una diagnosi di insufficienza venosa non deve preoccupare. Spesso le vene sono sede di reflusso ma questo di per sé non deve essere considerato un fatto patologico.

Quindi insufficienza venosa non deve essere considerato sinonimo di intervento chirurgico!

L’insufficienza venosa può essere un elemento patologico che con l’andare del tempo può contribuire a determinare la malattia varicosa. Tempo e modi dipendono da molti fattori come: la costituzione della persona, la familiarità, i fattori di rischio, il tipo di attività lavorativa e via discorrendo.

Nel caso sia stata diagnosticata un’insufficienza venosa senza peraltro che il soggetto soffra di disturbi particolari, è utile attuare una profilassi sia farmacologica che fisica assumendo da un lato sostanze, anche naturali, che riducano il rischio di malattia varicosa e migliorando dall’altro l’attività fisica e/o portando calze di supporto.

La malattia

Quando compaiono i sintomi, invece, allora cominciamo a parlare di malattia e si deve provvedere a contrastarla con gli opportuni rimedi fisici, medici o chirurgici.

I sintomi accusati dal soggetto sono solitamente dovuti ai fatti infiammatori determinati dalla stasi venosa.

Le vene dove il sangue ristagna e/o circola in senso inverso a quello fisiologico tendono a dilatarsi per questi fenomeni infiammatori e per l’aumento della pressione dovuta alla stasi. I fenomeni infiammatori determinano a loro volta un’ulteriore dilatazione delle vene creando così un circolo vizioso che porta ad un graduale ma costante peggioramento della situazione.

Inoltre, solitamente, le vene che subiscono maggiormente questi fenomeni sono quelle più superficiali e quindi possono contrastare meno questo peggioramento; non solo ma i disturbi che determinano sono fortemente accusati dal paziente proprio a causa della superficialità delle vene coinvolte.

Ecco che compaiono il senso di gambe pesanti, il bruciore, il prurito, il dolore puntorio locale.

Più si va avanti nel tempo e più i disturbi peggiorano. Il tessuto sottocutaneo nel quale queste vene malate alloggiano viene lentamente “cotto” dall’infiammazione e progressivamente si gonfia determinando un lieve edema. La cute cambia colore. Prima è lievemente arrossata, poi, negli anni, diventa violacea, brunita fino a diventare quasi marrone in certe aree della caviglia. La sua consistenza cambia, prima è morbida e succulenta poi, col tempo, si asciuga e si indurisce progressivamente.

Andando avanti si possono avere infiammazioni così importanti delle vene dilatate che quindi vengono definite varicose, che il sangue all’interno di esse coagula determinando una trombosi e la cosiddetta flebite o varicoflebite. Questa malattia acuta è particolarmente dolorosa e invalidante e le terapie che noi attuiamo tendono proprio a impedirne il verificarsi.

Infine l’ultima e più grave complicanza della malattia varicosa è l’ulcera venosa.

Ad un certo punto la cute e il sottocute sono così fragili, infiammati e alterati nella loro struttura che la cute si rompe, spontaneamente o a causa di un trauma anche modesto. Dato che i tessuti sono così alterati e sofferenti la guarigione di quest’ulcera diventa difficile. Il paziente, soprattutto all’inizio, tende a trascurarla non rendendosi conto che solo con cure adeguate e, alle volte, molto complesse l’ulcera può essere risolta e, soprattutto, definitivamente. Purtroppo, infatti, la causa dell’ulcera, dopo la sua prima guarigione, non viene rimossa (ad esempio curando le vene varicose che l’hanno determinata o portando calze elastiche curative opportune) creando i presupposti certi per una sua recidiva che sarà più grave e più difficile da curare.

Le terapie

Non esiste un’unica terapia o una terapia migliore.

Questo è il primo concetto che bisogna comprendere. Siamo bombardati continuamente da messaggi pubblicitari dichiarati o travestiti da articoli scientifici che affermano di avere trovato la cura efficace. Di solito le parole sono “nuovo” “tecnologico” “indolore” “radicale” …. Tutti sono alla ricerca di qualcosa di diverso e di nuovo e di sorprendente evidentemente per attirare le persone. Non deve essere così.

La cura delle varici deve essere la cura della malattia varicosa. La varice è solo un aspetto della malattia. La cura è quindi complessa, articolata, non può quasi mai basarsi su una sola tecnica o su un solo gesto. E’ necessario quindi che il professionista che vuole curare questa patologia e i pazienti che ne sono affetti, possieda e sappia utilizzare tutte le tecniche a disposizione, utilizzando, di volta in volta, quella più adatta in quel momento al suo paziente.

La malattia varicosa è una malattia cronica.

Questo è il secondo concetto che bisogna comprendere. Purtroppo la malattia varicosa è cronica, è una malattia che tende a recidivare e anche la migliore cura, effettuata in un momento della sua evoluzione, non può sempre impedire che a distanza di tempo altre vene si ammalino, determinando la ricomparsa dei sintomi e quindi la cosiddetta recidiva.

Ecco che quando sentiamo parlare di “cura definitiva” nell’ambito della patologia venosa dobbiamo essere molto scettici perché chi dice questo o non sa o è in malafede.

Dobbiamo quindi essere pronti a curarci ma anche a controllarci nel tempo dopo la cura, sottoporci a controlli regolari, essere pronti ad accettare cure periodiche.

Lo studio del paziente.

L’unico modo per stabilire la corretta terapia per il paziente che si presenta per la prima volta è valutare bene la storia clinica e il quadro clinico.

La storia clinica si apprende da quello che il paziente racconta spontaneamente e dalle risposte che egli fornisce alle domande specifiche che lo specialista pone. E’ in questo modo che ci si può rendere conto dello stadio della malattia e della sua gravità soggettiva.

Il quadro clinico va valutato visitando il paziente per cogliere quei segni di evoluzione della malattia di cui si è detto in precedenza e soprattutto eseguendo uno studio con ecocolordoppler per verificare come circola il sangue all’interno delle vene del soggetto. Solo così potranno essere documentati i reflussi, solo così potrà essere valutata l’integrità del circolo profondo, solo così potrà essere capita la dinamica della malattia, solo così potrà essere programmata una strategia terapeutica.

Questo esame è assolutamente necessario per poter porre un’indicazione terapeutica di qualsiasi tipo.

Inoltre il paziente va inquadrato nel suo contesto generale, vanno comprese le sue abitudini, vanno individuate le sue limitazioni funzionali fisiche o attitudinali e le concause sociali e lavorative alla sua patologia. Vanno valutate le aspettative e le necessità del soggetto che di volata in volta dipendono dall’età, dal sesso, dall’attività lavorativa, dal contesto socioeconomico del soggetto. Tutti questi elementi sono indispensabili per poter individuare il percorso terapeutico e le soluzioni migliori caso per caso. Tipico è il caso della prescrizione della calza elastica che spesso non può essere indossata perché non si è tenuto conto delle limitazioni funzionali di un soggetto.

Scleromousse

 

Fig 1 Grossa varice posteriore del ginocchio

Fig 1 Grossa varice posteriore del ginocchio

Le vene varicose sono da sempre un problema rilevante sia per il disturbo clinico che comportano sia per l’evidenza estetica che le contraddistingue.
Quando la tumefazione delle varici si fa notare, i segni azzurri o verdastri al disotto dell’epidermide sono evidenti, quando disturbi come senso di pesantezza, bruciore, prurito o dolore alle gambe compaiono e si fanno insistenti, ecco arrivato il momento di intervenire per evitare che il peggioramento della situazione clinica porti a disturbi molto più gravi come, ad esempio, varicoflebiti, dermatosclerosi, eczema.
Chi soffre di questi disturbi è spesso renitente a farsi visitare dato che ha chiara nella mente la prospettiva chirurgica e, spesso, non ha intenzione di affrontare l’argomento con lo specialista per pigrizia e/o paura. Ci sono sempre talmente tali e tanti impegni che il tempo per affrontare con serietà l’argomento non lo si trova mai.
Oggi, grazie ad una tecnica scleroterapica innovativa, il paziente ha un motivo in meno per evitare di curarsi correttamente. Infatti con questa tecnica è possibile curare ambulatorialmente anche varici importanti che fino a poco tempo fa necessitavano obbligatoriamente dell’intervento chirurgico.
La schiuma, infatti, ha un efficacia molto maggiore dei comuni liquidi sclerosanti e permette di ottenere l’occlusione anche di varici di grosso calibro (fig.1).
La tecnica di preparazione della schiuma è estremamente semplice ed è stata messa a punto e quasi banalizzata dall’idea geniale di un flebologo italiano, il Dott. Lorenzo Tessari.
La preparazione della schiuma viene effettuata miscelando il liquido contenuto in una siringa con l’aria contenuta in un’altra siringa che comunicano attraverso un rubinetto (fig 2).

Fig 2 Siringhe prima della preparazione della schiuma

Fig 2 Siringhe prima della preparazione della schiuma

Per un effetto fisico noto spingendo alternativamente sugli stantuffi delle due siringhe si ottiene rapidamente la schiuma (fig. 3). Essa, iniettata nelle vene ammalate, garantisce un contatto con la parete più prolungato e, di conseguenza, un’azione sclerosante molto migliore su vene di calibro maggiore (fig. 4).

 

Fig 3 Siringhe con la schiuma pronta

Fig 3 Siringhe con la schiuma pronta

Dopo l’iniezione sclerosante e una pausa di tempo durante la quale si favorisce l’azione della schiuma sclerosante, si esegue un bendaggio compressivo e il paziente può riprendere le sue attività normali (fig 5).

Questa terapia è adatta a qualsiasi paziente ma trova soprattutto indicazione in tutti i casi ove abbiamo una controindicazione all’intervento chirurgico come in pazienti anziani, in quelli che assumono terapie anticoagulanti, che hanno fattori di rischio importanti o che non possono in nessun caso lasciare la loro attività.
Il bendaggio viene tenuto per qualche giorno e viene sostituito poi con una calza elastica che deve essere portata per almeno un mese.

Fig 4 Esecuzione della sclerosi della varice del ginocchio

Fig 4 Esecuzione della sclerosi della varice del ginocchio

Spesso per trattare completamente un arto inferiore sono necessarie più iniezioni e più sedute. Solitamente le sedute sono settimanali.
Per effettuare questa tecnica è indispensabile l’uso della tecnica ecografia sia nella fase diagnostica, per poter programmare la strategia terapeutica a seconda della situazione emodinamica delle varici del soggetto, sia in quella dell’iniezione, dato che tramite l’ecocolordoppler si può seguire il percorso della schiuma sclerosante e valutarne effetti e progressione.

Fig 5 Bendaggio compressivo in sede

Fig 5 Bendaggio compressivo in sede

Dott. Massimo Pisacreta