Una nuova coscienza in flebologia

Si esegue una mini incisione in corrispondenza della vena varicosa

 

In un’epoca nella quale si pone la massima attenzione alla conoscenza dei problemi e alla divulgazione scientifica, sta nascendo la consapevolezza che è più importante prevenire le malattie piuttosto che curarle quando ormai sono già comparse e hanno determinato le loro conseguenze peggiori. Per quanto riguarda le vene varicose la donna è stata influenzata negativamente fino a buona parte della seconda metà del secolo scorso da una credenza popolare che sosteneva che ogni intervento sulle vene varicose fosse foriero di gravi problemi riassunti nel termine minaccioso di “embolia”. Pertanto quelle che più coraggiose, temerarie o solo vanesie si prestavano alle cure del chirurgo vascolare o dell’angiologo lo facevano a loro rischio e pericolo e quando c’era un problema o le vene recidivavano, le critiche erano soddisfatte e velenose: “Te l’avevo detto!”.

Questo clima lugubre era alimentato da non pochi medici generali ma anche da specialisti, soprattutto specialisti in chirurgia generale e in chirurgia vascolare, i quali, per distruggere la concorrenza creata da medici e chirurghi che praticavano la scleroterapia, la hanno sempre demonizzata attribuendole rischi inesistenti e dipingendo gli specialisti che la praticavano come stregoni o peggio ancora, pasticcioni incompetenti che con la loro sclerosi scompaginavano l’anatomia venosa ostacolando un eventuale futuro trattamento chirurgico tradizionale. Ecco perché la chirurgia ha sempre avuto, in ambito venoso, la parte del leone. Nell’ultimo quarto del secolo scorso hanno iniziato a farsi sentire altre opinioni. Innanzitutto lo studio della fisiopatologia delle varici si è arricchito di una metodica rivoluzionaria: l’ecodoppler.

Grazie a questa metodica è stato possibile studiare i meccanismi che stanno alla base dell’insufficienza venosa documentando in vivo i reflussi venosi e le loro dinamiche. Per mezzo di questa nuova visione è nato un concetto di terapia mirata, selettiva ed emodinamica che ha rivoluzionato l’approccio alla patologia venosa dando nuovo impulso e nuovo rango sia alla scleroterapia che alle terapie meno invasive (flebectomie, varicectomie selettive, stripping corto) fino ad allora considerate e svilite come surrogati della chirurgia tradizionale, ampiamente demolitiva, ideate solo a scopo di lucro da professionisti che tendevano ad eseguirle nei loro ambulatori privati.

Inoltre queste metodiche meno aggressive si sono evolute in raffinate tecniche ambulatoriali sia con la messa a punto di strumenti chirurgici tecnologicamente più adeguati sia con la realizzazione di tecniche di sclerosi più efficaci, una per tutte la metodica di sclerosi con schiuma o “scleromousse”. Oggi quindi siamo in grado di affrontare il problema venoso conoscendone molto meglio la dinamica evolutiva e siamo in grado di affermare che è utile curare le varici al loro esordio, prima che esse diventino più importanti e determinino lesioni più estese che necessitano interventi più importanti e più demolitivi. La terapia tradizionale, lo stripping e la demolizione della vena grande safena all’inguine (la crossectomia), deve essere limitata solo a quei casi nei quali è realmente necessaria e nei quali non è proponibile un approccio miniinvasivo. Nasce perciò il nuovo concetto di terapia preventiva attuata per impedire o ritardare l’evoluzione dell’insufficienza venosa in patologia varicosa diffusa e invalidante.