Le calze graduate non sono più da nonna

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Le hostess lo hanno sempre usato, ma era considerato uno «strumento di lavoro». Ora le calze contenitive non si nascondono più

Lui riscopre il cardigan e i pantaloni a plaid del nonno e lei che fa? Non si vergogna più ad indossare le calze graduate. Proprio quelle che fino a qualche tempo fa le nonne compravano in farmacia o nei negozi di ortopedica. Rilanciate dalle professioni sedentarie e dai viaggi sempre più frequenti (soprattutto in aereo), le calze a compressione sono una tendenza incoraggiata dagli specialisti che le raccomandano perché possono aiutare i problemi della circolazione agli arti inferiori e a non peggiorare situazioni già compromesse (e per questo sarebbe bene sceglierle dietro il consiglio di un angiologo) .

«Le calze a compressione non sono più da nonna» titola il New York Time. Cita la testimonianza della 27enne Connie Wang, direttore stile del sito Refinery29: «In aereo ho indossato a lungo pantaloni morbidi per occultare il gonfiore che avrei avuto dopo sei ore di volo. Ma da quando uso il collant graduato posso scendere dall’aereo in gonna». Anche la 43enne Jamie Rubin, direttore vendite di Isabel Marant, conferma di essersi convertita alle calze elastiche in occasione del suo ultimo viaggio a Parigi «dopo voli seduta in posti angusti, mi ritrovavo gambe e piedi gonfi per giorni».

In Italia il trend è lo stesso. «Negli ultimi due anni la vendita delle calze graduate è aumentata del 10 per cento sia sul mercato europeo che su quello italiano, oltre al color carne anche nei toni scuri», confermano da Rede, calzificio di Parabiago dal 1938. Insieme alle vendite, aumenta anche l’offerta di modelli sempre più belli da vedere e funzionali da indossare.
Pompea, azienda mantovana dal 1996, lancia il nuovo collant che fa il light massage (Happy body system), velato e coprente, per garantire il massimo confort: «Esercitando una leggera compressione alla caviglia, agisce sulla microcircolazione cutanea per far sentire le gambe più leggere e riposate».

Grazie ai nuovi filati , il collant contiene visibilmente anche la cellulite. Così, furbescamente, le rockstar hanno cominciato a farne un accessorio moda, sfoggiandolo con la cucitura ben visibile che esce da short e hop pants. Da Jennifer Lopez in collant a microrete nera nel nuovo video Booty, a Lady Gaga che lo mostrava fiera sul palco di Assago. E ora arriva anche Miley Cyrus. L’idolo delle giovanissime, trend setter e personaggio che incarna l’anticonformismo, è la testimonial dei nuovi collant senza cucitura di Golden Lady (che presto potrebbero arrivare anche in versione graduata). La 22enne sfida i benpensanti con un paio di collant color carne trasparente che mai nessuna donna avrebbe osato mostrare in pubblico.

«Il collant color carne (in alternativa grigio chiaro o beige) come quello indossato da Grace Kelly è tornato anche in versione a compressione», conferma Patrizia Giangrossi, che con la sua Pierre Mantoux ha lanciato la linea graduata couture. «Realizzata in una speciale Lycra comprime in un modo differente nei diversi punti della gamba. Ma attenzione: non può mai essere opaco, deve avere l’effetto seta (leggermente lucido, è di Lycra rivestita in nylon). Il più venduto va da 40 a 70 denari, come quello che indossano le hostess. Dà sollievo se si resta tanto in piedi e copre qualche inestetismo». La tecnologia della calze evolve e la moda propone anche l a versione shaping, modellante per la linea, «coprente in microfibra, riduce i rotolini, nero e blu i colori più venduti». Anche Wolford lancia le calze Synergy (dal nome del filo) 40 denari, collant semivelati «l’effetto rivitalizzante della compressione produce un’azione benefica».
Da accessorio funzionale la calza riconquista le vetrine delle griffe, da Prada a Jil Sander e Marc Jacobs. E il collant anche graduato, il capo più banale del guardaroba, assume un’aria molto casual e chic.

Articolo pubblicato il 17 novembre su corriere.it  di Maria Teresa Veneziani

Trattamento endovascolare del varicocele pelvico

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Orientarsi nelle malattie delle vene e in caso di vene varicose

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Orientativamente possiamo dire che il fatto che un doppler indichi una diagnosi di insufficienza venosa non deve preoccupare. Spesso le vene sono sede di reflusso ma questo di per sé non deve essere considerato un fatto patologico.

Quindi insufficienza venosa non deve essere considerato sinonimo di intervento chirurgico!

L’insufficienza venosa può essere un elemento patologico che con l’andare del tempo può contribuire a determinare la malattia varicosa. Tempo e modi dipendono da molti fattori come: la costituzione della persona, la familiarità, i fattori di rischio, il tipo di attività lavorativa e via discorrendo.

Nel caso sia stata diagnosticata un’insufficienza venosa senza peraltro che il soggetto soffra di disturbi particolari, è utile attuare una profilassi sia farmacologica che fisica assumendo da un lato sostanze, anche naturali, che riducano il rischio di malattia varicosa e migliorando dall’altro l’attività fisica e/o portando calze di supporto.

La malattia

Quando compaiono i sintomi, invece, allora cominciamo a parlare di malattia e si deve provvedere a contrastarla con gli opportuni rimedi fisici, medici o chirurgici.

I sintomi accusati dal soggetto sono solitamente dovuti ai fatti infiammatori determinati dalla stasi venosa.

Le vene dove il sangue ristagna e/o circola in senso inverso a quello fisiologico tendono a dilatarsi per questi fenomeni infiammatori e per l’aumento della pressione dovuta alla stasi. I fenomeni infiammatori determinano a loro volta un’ulteriore dilatazione delle vene creando così un circolo vizioso che porta ad un graduale ma costante peggioramento della situazione.

Inoltre, solitamente, le vene che subiscono maggiormente questi fenomeni sono quelle più superficiali e quindi possono contrastare meno questo peggioramento; non solo ma i disturbi che determinano sono fortemente accusati dal paziente proprio a causa della superficialità delle vene coinvolte.

Ecco che compaiono il senso di gambe pesanti, il bruciore, il prurito, il dolore puntorio locale.

Più si va avanti nel tempo e più i disturbi peggiorano. Il tessuto sottocutaneo nel quale queste vene malate alloggiano viene lentamente “cotto” dall’infiammazione e progressivamente si gonfia determinando un lieve edema. La cute cambia colore. Prima è lievemente arrossata, poi, negli anni, diventa violacea, brunita fino a diventare quasi marrone in certe aree della caviglia. La sua consistenza cambia, prima è morbida e succulenta poi, col tempo, si asciuga e si indurisce progressivamente.

Andando avanti si possono avere infiammazioni così importanti delle vene dilatate che quindi vengono definite varicose, che il sangue all’interno di esse coagula determinando una trombosi e la cosiddetta flebite o varicoflebite. Questa malattia acuta è particolarmente dolorosa e invalidante e le terapie che noi attuiamo tendono proprio a impedirne il verificarsi.

Infine l’ultima e più grave complicanza della malattia varicosa è l’ulcera venosa.

Ad un certo punto la cute e il sottocute sono così fragili, infiammati e alterati nella loro struttura che la cute si rompe, spontaneamente o a causa di un trauma anche modesto. Dato che i tessuti sono così alterati e sofferenti la guarigione di quest’ulcera diventa difficile. Il paziente, soprattutto all’inizio, tende a trascurarla non rendendosi conto che solo con cure adeguate e, alle volte, molto complesse l’ulcera può essere risolta e, soprattutto, definitivamente. Purtroppo, infatti, la causa dell’ulcera, dopo la sua prima guarigione, non viene rimossa (ad esempio curando le vene varicose che l’hanno determinata o portando calze elastiche curative opportune) creando i presupposti certi per una sua recidiva che sarà più grave e più difficile da curare.

Le terapie

Non esiste un’unica terapia o una terapia migliore.

Questo è il primo concetto che bisogna comprendere. Siamo bombardati continuamente da messaggi pubblicitari dichiarati o travestiti da articoli scientifici che affermano di avere trovato la cura efficace. Di solito le parole sono “nuovo” “tecnologico” “indolore” “radicale” …. Tutti sono alla ricerca di qualcosa di diverso e di nuovo e di sorprendente evidentemente per attirare le persone. Non deve essere così.

La cura delle varici deve essere la cura della malattia varicosa. La varice è solo un aspetto della malattia. La cura è quindi complessa, articolata, non può quasi mai basarsi su una sola tecnica o su un solo gesto. E’ necessario quindi che il professionista che vuole curare questa patologia e i pazienti che ne sono affetti, possieda e sappia utilizzare tutte le tecniche a disposizione, utilizzando, di volta in volta, quella più adatta in quel momento al suo paziente.

La malattia varicosa è una malattia cronica.

Questo è il secondo concetto che bisogna comprendere. Purtroppo la malattia varicosa è cronica, è una malattia che tende a recidivare e anche la migliore cura, effettuata in un momento della sua evoluzione, non può sempre impedire che a distanza di tempo altre vene si ammalino, determinando la ricomparsa dei sintomi e quindi la cosiddetta recidiva.

Ecco che quando sentiamo parlare di “cura definitiva” nell’ambito della patologia venosa dobbiamo essere molto scettici perché chi dice questo o non sa o è in malafede.

Dobbiamo quindi essere pronti a curarci ma anche a controllarci nel tempo dopo la cura, sottoporci a controlli regolari, essere pronti ad accettare cure periodiche.

Lo studio del paziente.

L’unico modo per stabilire la corretta terapia per il paziente che si presenta per la prima volta è valutare bene la storia clinica e il quadro clinico.

La storia clinica si apprende da quello che il paziente racconta spontaneamente e dalle risposte che egli fornisce alle domande specifiche che lo specialista pone. E’ in questo modo che ci si può rendere conto dello stadio della malattia e della sua gravità soggettiva.

Il quadro clinico va valutato visitando il paziente per cogliere quei segni di evoluzione della malattia di cui si è detto in precedenza e soprattutto eseguendo uno studio con ecocolordoppler per verificare come circola il sangue all’interno delle vene del soggetto. Solo così potranno essere documentati i reflussi, solo così potrà essere valutata l’integrità del circolo profondo, solo così potrà essere capita la dinamica della malattia, solo così potrà essere programmata una strategia terapeutica.

Questo esame è assolutamente necessario per poter porre un’indicazione terapeutica di qualsiasi tipo.

Inoltre il paziente va inquadrato nel suo contesto generale, vanno comprese le sue abitudini, vanno individuate le sue limitazioni funzionali fisiche o attitudinali e le concause sociali e lavorative alla sua patologia. Vanno valutate le aspettative e le necessità del soggetto che di volata in volta dipendono dall’età, dal sesso, dall’attività lavorativa, dal contesto socioeconomico del soggetto. Tutti questi elementi sono indispensabili per poter individuare il percorso terapeutico e le soluzioni migliori caso per caso. Tipico è il caso della prescrizione della calza elastica che spesso non può essere indossata perché non si è tenuto conto delle limitazioni funzionali di un soggetto.

Closure Fast

Foto1: apparecciatura sorgente di radiofrequenza

Foto1: apparecciatura sorgente di radiofrequenza

 

 

 

 

 

 

 

L’occlusione venosa con radiofrequenza sta imponendosi nel panorama delle opzioni terapeutiche per la cura delle  varici  degli arti inferiori.
La tecnica chirurgica è estremamente semplice, di minima invasività e con modeste sequele postoperatorie.
Nonostante questo, per ottenere buoni risultati e per avere un alto standard di sicurezza, la tecnica deve seguire un protocollo rigoroso, lo studio preoperatorio con ultrasuoni deve essere attento e il posizionamento della sonda a radiofrequenza deve essere controllato con precisione sempre sotto guida ecografia.
La tecnica si basa sulla proprietà fisica delle radiofrequenze di riscaldare i tessuti.

Riscaldando dall’interno la vena safena con opportune sonde si ottiene la denaturazione delle proteine che compongono il collageno, sostanza fondamentale che costituisce lo scheletro della parete venosa, provocandone il collasso e la retrazione che porta all’occlusione della vena trattata.

L’apparecchiatura da noi utilizzata è il Closure Fast della ditta VNUS, essa è costituita da una sorgente (foto 1) che si trova all’esterno del campo operatorio collegata per mezzo di un cavo ad un catetere del diametro di 7 francese (poco meno di due millimetri e mezzo) che si trova sul campo operatorio. Il catetere alla sua estremità presenta un elettrodo lungo circa 7 centimetri che costituisce l’elemento riscaldante del sistema (foto 2).

Foto2: Elettrodo del catetere. In questo caso il catetere è stato introdotto per via percutanea

Foto2: Elettrodo del catetere. In questo caso il catetere è stato introdotto per via percutanea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indicazioni

La tecnica Closure Fast è indicata in tutti i casi nei quali i pazienti soffrano di varici causate da un’insufficienza venosa del tronco della vena grande safena.

Il paziente deve essere sottoposto a ecocolordoppler per mezzo del quale viene valutato il comportamento emodinamico del reflusso venoso. Viene studiata la confluenza inguinale della crosse e viene valutato il livello di rientro o di scarico del reflusso.

Descrizione della tecnica

Dopo aver stabilito che per la cura delle varici è necessario sopprimere il reflusso safenico e che il tipo di tecnica è adeguato al caso clinico specifico si procede all’intervento.

L’intervento viene eseguito in regime a ambulatoriale o di day-hospital. Il paziente è disteso e si pratica un’anestesia locale a livello della parete interna della gamba poco sotto il condilo mediale del ginocchio.

Si esegue una piccola incisione attraverso la quale viene isolata la vena safena interna e in essa viene introdotto il catetere che viene fatto risalire sino alla confluenza della safena nella vena femorale all’inguine. La corretta posizione della punta del catetere viene verificata per mezzo dell’ecocolordoppler. Posizionato l’elettrodo a 2 cm. dalla confluenza (foto 3) si esegue, sotto guida ecografica, l’anestesia locale. L’anestetico (soluzione fredda a 7°C di Lidocaina e Naropina) viene introdotto all’interno dello sdoppiamento della fascia femorale superficiale (foto 4) rendendo la procedura totalmente indolore ma anche impedendo che la temperatura della procedura possa determinare danni ai tessuti circostanti.

Foto3: Ecografia che mostra l'elettrodo (punta chiara che proietta un cono d'ombra) posizionato alla crosse

Foto3: Ecografia che mostra l’elettrodo (punta chiara che proietta un cono d’ombra) posizionato alla crosse

 

 

 

 

 

 

 

 

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A questo punto il catetere viene riscaldato a 120°C per 20 secondi, poi viene ritirato per 6 cm e nuovamente riscaldato per 20 secondi. La procedura avviene quindi passo a passo di 20 secondi per 20 secondi. In circa tre minuti l’intervento è portato a termine e la vena è occlusa immediatamente.

 

 

 

 

 

Sintetizzata e medicata la piccola incisione, si procede al bendaggio dell’arto. La benda viene sostituita subito o dopo poche ore con una calza elastica e il paziente può lasciare l’ambulatorio o il day-hospital. L’unica terapia obbligatoria è l’iniezione di eparina a basso peso molecolare per via sottocutanea per 7 giorni.

Durante il periodo postoperatorio e i mesi successivi, dato che il reflusso safenico viene eliminato grazie all’occlusione del tronco della vena grande safena, le varici di gamba, non più sottoposte a questo reflusso, si riducono di dimensione sino a scomparire. La loro parete non più sottoposta allo stress pressorio riduce il suo stato infiammatorio. Si eliminano così i sintomi fastidiosi e dolorosi eventualmente presenti in precedenza.

Vantaggi

I vantaggi di questa tecnica sono molteplici.

Il primo è legato al fatto che con essa non è necessario eseguire l’incisione inguinale che con la tecnica chirurgica tradizionale è necessaria. Questo fa si che non vi siano lesioni chirurgiche e che non vi siano lesioni linfatiche involontarie. Inoltre con questo metodo non viene eseguita la resezione della crosse o confluenza safeno-femorale pratica che sembra una delle principali cause di recidiva dell’intervento di stripping.

Inoltre il dolore postoperatorio è praticamente assente e non si verificano gli ematomi che solitamente si verificano dopo lo stripping.

L’assenza di cicatrici aggiuntive rende il postoperatorio particolarmente rapido e scevro da problemi. Inoltre il risultato estetico è ottimale.

Svantaggi

Non esistono svantaggi veri e propri. La metodica non può essere usata indiscriminatamente in tutti i casi. Esiste quindi la necessità di fare un’accurata selezione dei pazienti.

Risultati

Dopo un’esperienza di circa 6 anni con la tecnica definita Closure impiegando cateteri di 6 e 8 francese, utilizzando la tecnica a retrazione continua della sonda e impiegando temperature di circa 85 gradi centigradi (precedente generazione di apparecchiature), abbiamo iniziato nell’autunno del 2007 ad utilizzare la tecnica definita Closure Fast che prevede l’uso di cateteri di un’unica misura 7 francese, la retrazione ad intervalli di 20 secondi e una temperatura d’esercizio di circa 120 gradi centigradi.

Questo tipo di metodologia e di supporto tecnico, rivoluzionari rispetto a quelli precedenti, hanno subito dimostrato una maggiore maneggevolezza rispetto alla metodica precedente e una riduzione notevole dei tempi di intervento.

Per quanto riguarda i risultati: con la tecnica Closure in uno studio condotto in collaborazione con altri colleghi (A. Farina, A. Odero, G. Bonalumi , M. Cugnasca) il tasso di ricanalizzazione completa è stato dal 3 al 30% a tre anni su 247 pazienti e quello di ricanalizzazione incompleta è stato dal 2 al 22%, con un tasso di successo che va dal 98 al 78%.

Con la tecnica Fast, impiegata per ora su 11 pazienti, il tasso di occlusione completa a 12 mesi è del 100 %. Non abbiamo riscontrato nessuna complicanza. Tutti i pazienti hanno presentato la scomparsa delle varici e la risoluzione della sitomatologia correlata nonché dei problemi estetici relativi.

Conclusioni

La metodica di occlusione della vena safena con Closure Fast è una tecnica ambulatoriale efficacissima nella cura delle varici degli arti inferiori.

Noi indichiamo la metodica soprattutto nei soggetti che abbiano esigenze estetiche oppure che abbiano necessità di una ripresa particolarmente rapida delle proprie attività lavorative o di relazione.

Inoltre la tecnica è particolarmente indicata nei soggetti con rischio di infezione come i soggetti obesi o diabetici. Oppure è indicata nei pazienti con rischio emorragico o che, in trattamento anticoagulante o antiaggregante piastrinico, abbiano difficoltà o impossibilità a sospenderlo.

La metodica ha dato risultati eccellenti (100% di occlusione ad oggi) e data la maneggevolezza, la semplicità, la standardizzazione e l’assenza di effetti collaterali si pone ai vertici delle tecniche endovascolari nella cura delle varici degli arti inferiori.

Un minuto vale una vita

dilatazione aneurismatica

dilatazione aneurismatica

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Un minuto che vale una vita” è il titolo della campagna di sensibilizzazione lanciata dalla nostra società scientifica, la SICVE (società italiana di chirurgia vascolare ed endovascolare), per creare attenzione su di una patologia molto nota e sempre maggiormente diffusa: l’aneurisma dell’aorta addominale.

Questa malattia colpisce l’aorta, l’arteria principale del nostro organismo, nel suo tratto addominale.

A questo livello, nei soggetti normali, il calibro di questo vaso sanguigno è di circa un centimetro e mezzo, due. Quando questa dimensione aumenta, si crea una dilatazione e si parla genericamente di ectasia dell’aorta addominale. Qualora questo calibro raggiunga il doppio delle dimensioni considerate normali, si parla di aneurisma.

L’aneurisma non dà molti problemi, qualche volta dà qualche sintomo doloroso agli arti o alla schiena in regione lombare, ma nella stragrande maggioranza dei casi non dà segno di sè.

A causa di un principio fisico noto come legge di Laplace una sfera  tende a dilatarsi nel tempo, più o meno rapidamente, nello stesso modo in cui una bolla di sapone si gonfia.

E’ piuttosto logico pensare che una dilatazione con una forma approssimativamente sferica come appunto l’aneurisma, sottoposto ad una pressione interna, quella del nostro sangue, e sottoposto ad un ciclo di compressioni ritmiche, impresse dalla contrazione cardiaca, tenda a dilatarsi anch’essa nel tempo. Dato che l’aneurisma è spesso asintomatico, questo suo processo di dilatazione avviene, quasi sempre, silenziosamente in modo discreto e subdolo.

Purtroppo nel modo della fisica, la bolla di sapone, che prima abbiamo portato ad esempio, tende a scoppiare. Parimenti l’aneurisma dell’aorta addominale nel suo processo di dilatazione tende a indebolirsi a livello della parete e, col tempo, a rompersi.

Questa rottura evidentemente comporta un’emorragia che può essere molto grave e portare ad un’emergenza chirurgica che si definisce “aneurisma in rottura” o “aneurisma rotto”.

Il processo può essere più lento, come nel caso di una diga che cominci a scricchiolare e cedere, e in questo caso di parla di “fissurazione”, fenomeno che prelude alla rottura e può durare anche giorni. In questo caso compaiono dei sintomi che è importante individuare e che possono portare ad una diagnosi e ad un intervento tempestivi.

In altri casi il processo è brutale come il crollo improvviso della nostra diga che prima ho portato ad esempio. In questa modalità l’aneurisma si buca in modo letterale e l’emorragia è piuttosto violenta, si crea un ematoma molto grosso che tenta di tamponare la rottura e il buco, i sintomi sono molto importanti e quasi sempre subentra un quadro di shock, ma, in questo caso, l’intervento, anche se eseguito tempestivamente, ha un alto tasso di insuccesso e il paziente può morire ugualmente.

Ecco che la campagna di sensibilizzazione serve a individuare i soggetti portatori di aneurisma dell’aorta addominale prima della comparsa dei sintomi che, come abbiamo visto, sono purtroppo spesso tardivi. Il modo per poter individuare l’aneurisma dell’aorta è l’ecografia, o meglio, nel caso della patologia vascolare, l’ecocolordoppler. Questo esame, assolutamente indolore e incruento, è soprattutto indicato nei pazienti a rischio (ipertesi, cardiopatici, diabetici, dislipidemici, fumatori, con familiarità par arteriopatie o cardiopatie ecc.) e nei soggetti che abbiano superato i 65 anni. Un esame ecocolordoppler preventivo dell’aneurisma addominale comporta il tempo di poco più di un minuto ed è per questa ragione che la campagna di prevenzione è stata definita “un minuto che vale una vita”. Perdere un minuto del tuo tempo per un esame che può salvarti la vita.

E’ utile quindi seguire il consiglio di questa iniziativa perché, usando le parole della campagna, è meglio perdere un minuto della propria vita che perdere la vita in un minuto!

Manifesto dell’iniziativa per la prevenzione della rottura dell’aneurisma addominale

Manifesto dell’iniziativa per la prevenzione della rottura dell’aneurisma addominale

 

 

La compressione nelle TVP e TVS

Trombosi venosa profonda

Trombosi venosa profonda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La diagnosi di TVP è posta oggi nell’uno per mille della popolazione giovane e nell’uno per cento circa della popolazione adulta.

In realtà la prevalenza è molto più elevata. Infatti a livello autoptico si riscontrano spesso TVP misconosciute.

Le manifestazioni cliniche della TVP sono infatti molto variabili. Molti sintomi sono sfuggevoli e a volte assenti.

Inoltre hanno una diversa importanza ed evidenza a seconda che si tratti di soggetti in attività o a riposo. Tant’è che l’esordio della malattia può essere l’embolia polmonare massiva.

Il trattamento con eparina in fase acuta, seguito dal trattamento di mantenimento con anticoagulanti orali ha abbassato ad una percentuale del 4,9 % le complicanza della TVP vale a dire l’estensione della trombosi, la recidiva di trombosi e l’embolia polmonare.

Particolarmente le recidive in corso di trattamento anticoagulante corretto sono solo lo 0,7 % per anno. Sfortunatamente la sindrome postflebitica si presenta nella metà circa dei pazienti colpiti da TVP.

Le manifestazioni cliniche della sindrome postflebitica sono molte e vanno dalla semplice discromia e edema all’ulcera venosa ed alla claudicatio venosa.

Esse hanno un impatto socioeconomico importante.

Il ruolo dell’elastocompressione nella prevenzione, nel trattamento acuto e di mantenimento è molto rilevante.

Per quanto attiene alla terapia, fin da tempi immemorabili il dolore e gonfiore degli arti inferiori era trattato con un bendaggio. Che da un punto di vista sintomatologico il bendaggio sia efficace è riconosciuto universalmente.

Ma è dagli albori del secolo scorso che viene riconosciuto e documentato l’effetto positivo sulla TVP del bendaggio inelastico associato alla deambulazione. (1)

Anche dopo l’introduzione dell’uso dell’eparina sodica molti grandi flebologi sostenevano la superiorità del bendaggio e deambulazione rispetto all’uso dell’eparina e dell’allettamento.

Pochi studi hanno comparato l’uso degli anticoagulanti con l’uso della sola elastocompressione e nessuna ha dimostrato l’efficacia dell’elastocompressione sola nella prevenzione dell’estensione della trombosi e nelle recidive.(2)

E’ evidente che l’elastocompressione è un complemento essenziale al trattamento anticoagulante ma non si può sostituire ad esso.

Anche se non esistono studi controllati che dimostrino l’efficacia dell’elastocompressione del trattamento della TVP è universalmente riconosciuto che è efficace nel ridurre i sintomi e permette una rapida ripresa delle attività del soggetto, non comportando un aumento del rischio di EP.

 L’elastocompressione ha permesso di dimostrare che il trattamento ambulatoriale della TVP è quello ideale. (3)

Purtroppo sono molte le realtà nelle quali si usa ancora l’ospedalizzazione come atteggiamento principale  e nelle quali si consiglia ancora l’allettamento delle fasi iniziali della malattia.

Il vantaggio dell’elastocompressione e’ più evidente nei riguardi dei sintomi della TVP.

Una folta schiera di pubblicazioni documenta come la compressione associata alla deambulazione riduce rapidamente il dolore e l’edema legati alla TVP.(4)

Quindi progressivamente queste osservazioni e gli ottimi risultati ottenuti hanno portato al riconoscimento del trattamento ambulatoriale della TVP come ideale.

Contemporaneamente si è assistito al cambiamento di atteggiamento sull’uso del bendaggio. Infatti, se all’inizio il bendaggio era lo strumento utilizzato nella maggioranza dei casi, oggi si inizia e considerare anche la calza come mezzo  di compressione nelle fasi iniziali della TVP.

L’elastocompressione riduce della metà l’incidenza di SPT dopo un episodio di TVP.(5,6)

Il meccanismo d’azione è probabilmente legato alla riduzione del reflusso nelle vene profonde e nella prevenzione dell’ipertensione venosa deambulatoria che esprime i suoi danni soprattutto a livello dei tegumenti.(7)

Per quanto attiene alle recidive di TVP non sembra che l’elastocompressione le prevenga.

In un recente studio randomizzato un gruppo trattato con elastocompressione ha presentato un tasso di recidive lievemente inferiore al gruppo che non era sottoposto ad elastocompressione ( 14% vs. 13%). Tuttavia delle 25 recidive solo 7 riguardavano l’arto inferiore già colpito da TVP.

In conclusione dobbiamo quindi registrare che l’elastocompressione sicuramente e documentatamente è un coadiuvante essenziale nel trattamento della TVP. Essa permette una ripresa migliore e più rapida del paziente garantendo una qualità di vita migliore con una riduzione importante della sintomatologia dolorosa e dell’edema.

Inoltre l’elastocompressione è indispensabile nel trattamento post acuto della TVP riducendo in modo significativo l’incidenza della sindrome postflebitica.

Il trattamento elastocompressivo sembra meno efficace nella prevenzione delle recidive.

In accordo con le linee guida più recenti l’elastocompressione è indicata nella terapia della TVP. Il grado di segnalazione è 1 A. L’entità dell’elastocompressione deve essere collocata tra i 30 e i 40 mmHg. e l’uso della compressione deve essere prolungato almeno per due anni. Anche per la prevenzione della sindrome postflebitica l’indicazione alla terapia elastocompressiva è di grado 1 A.

Nel trattamento della sindrome postflebitica in caso di edema il grado di segnalazione è 2 C.

Per quanto attiene la trombosi venosa superficiale (TVS), va considerato che è sempre stata considerata una patologia minore e il trattamento elastocompressivo, di conseguenza,  è stato sempre considerato di secondaria importanza.

A questo proposito va sottolineato il fatto che la TVS non è una patologia da sottovalutare e che essa è molto meno benigna di quanto si consideri abitualmente.

Infatti bisogna ricordare che una TVS si associa ad una TVP  dal 6 al 44 % a seconda delle statistiche e che si associa dal 20 al 33 % ad una embolia polmonare (EP) asintomatica e nel 2-13 % ad una EP sintomatica (8,9,10).

Evidenze simili sono riportate dal Prospective Observational Superficial Thrombophlebitis, studio condotto su 844 pazienti di cui 634 con TVS nei quali si sono riscontrate percentuali apprezzabili di EP e TVP associate (11).

Fermo restando che il rischio di complicanze della TVS non è da sottovalutare, non esistono studi randomizzati che dimostrino l’utilità dell’elastocompressione in questa patologia.

L’efficacia dell’elastocompressione nella TVS è comunque documentata dall’esperienza della maggior parte degli specialisti.

L’utilità dell’elastocompressione nella TVS è quella di ridurre la pressione venosa e gli effetti infiammatori perivenosi della TVS. Il tipo di elastocompressione va deciso a seconda della localizzazione della TVS. In generale è opportuno l’uso di una bendaggio rigido per i primi giorni eventualmente agevolato nell’azione compressiva da un supporto eccentrico da posizionare in corrispondenza della vena trombizzata. All’elastocompressione si associano ovviamente la terapia eparinica e chirurgica eventualmente necessaria.

 

 

Malattia delle vetrine

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Malattia delle vetrine

Lo specialista. Le gambe si fermano perché il sangue non arriva Il segnale classico è un forte dolore al polpaccio, simile a un crampo, che passa se ci si ferma a riposare

Massimo Pisacreta Unità di chirurgia vascolare Ospedale Sacco, Milano L a chiamano sindrome delle vetrine perché chi ne soffre deve smettere di camminare per un dolore alla gamba, una specie di crampo, che costringe a frequenti pause con la scusa di guardare le vetrine dei negozi. In termini tecnici si parla invece di claudicatio intermittens, il sintomo più tipico dell’ arteriopatia periferica, condizione caratterizzata da occlusioni o restringimenti nelle arterie degli arti. «L’ arteriopatia periferica è la “punta dell’ iceberg” di un processo aterosclerotico che riguarda tutto l’ organismo e che è alla base anche di infarto cardiaco e ictus – spiega Massimo Pisacreta, dell’ Unità di chirurgia vascolare dell’ Ospedale Sacco di Milano -. I restringimenti e le occlusioni nelle arterie sono provocati da placche aterosclerotiche, ispessimenti della parete arteriosa che causano una riduzione del flusso di sangue, con conseguente sofferenza dei tessuti dell’ arto interessato. I fattori che favoriscono l’ arteriopatia periferica sono gli stessi coinvolti nel processo aterosclerotico di tutto l’ organismo (età avanzata, fumo, diabete, livelli elevati di colesterolo e trigliceridi, sovrappeso, obesità, vita sedentaria, ipertensione, predisposizione genetica)». Quali sono i sintomi della malattia? «All’ inizio spesso non ci sono, perché la circolazione è compensata dal flusso in vie arteriose alternative. E così spesso si va dal medico solo quando il problema è avanzato e le arterie sono chiuse del tutto. Fra i sintomi avvertiti il più caratteristico è un dolore muscolare violento che impedisce di proseguire il cammino, e che passa col riposo. Il dolore insorge sotto sforzo, quando nel polpaccio c’ è più richiesta di ossigeno, che non viene soddisfatta per il restringimento di un’ arteria a monte. La claudicatio ha vari stati di gravità: nelle forme lievi compare solo sotto sforzo, in quelle intermedie quando si cammina, in quelle più gravi anche a riposo e può essere accompagnata da ulcere e gangrena. In questi casi è probabile che ci si trovi di fronte a una ischemia critica, che rende necessari rimedi tempestivi, pena il rischio amputazione dell’ arto, evenienza rara ma non trascurabile». Come va affrontata l’ arteriopatia periferica? «Una volta fatta la diagnosi (per quale si ricorre a un Eco-color-Doppler), le cure cominciano con l’ abolizione dei fattori di rischio (fumo, colesterolo alto, diabete, eccetera) e possono completarsi con terapie farmacologiche, endovascolari e chirurgiche. Nelle forme lievi si usano farmaci vasoattivi o antiaggreganti; invece, quando le arterie sono talmente compromesse da richiedere una rivascolarizzazione, si ricorre in prima battuta alle tecniche endovascolari meno invasive (angioplastica e stent in cui le arterie vengono dilatate e ricanalizzate) e nei casi più gravi al by-pass chirurgico (utilizzo di vene del paziente o di tubi artificiali, che vengono collegati alle arterie del paziente a monte e a valle delle occlusioni e permettono al sangue di arrivare ai tessuti sofferenti)».

Sparvoli Antonella